Un gentile movimento antirazzista

Combatti la paura!

Anche se nessuno ascolta, devi comunque cantare, devi danzare la tua danza.

— Osho.

Una donna di ottantanove anni viene insultata e minacciata dagli hater che si nascondono dietro le loro tastiere. Una libreria viene data alle fiamme dai pusher nel quartiere popolare di Centocelle a Roma. Una giovane donna lesbica viene picchiata da un omofobo a Torino. A una bambina di origine africana viene negato di sedersi sull’autobus da una donna ad Alessandria. I genitori di una scuola primaria di Lodi non mandano a scuola i figli per protestare contro la presenza di una bambina disabile che “rallenta l’apprendimento”.

La reazione dei cittadini di Centocelle all’attentato contro la Pecora Elettrica

Sono notizie della settimana scorsa, solo alcune delle tante notizie che ci raccontano episodi di razzismo e intolleranza che si diffondono come un virus letale nel nostro Paese. Ci fanno indignare, ci lasciano esterefatti, proviamo una rabbia sorda e impotente, ci schieriamo.

Qualche giorno fa, durante una delle tante corride televisive, il vignettista Vauro ha affrontato Massimiliano Minnocci, detto Brasile, un estremista di destra romano, chiamandolo “fascio di merda”.

La lite televisiva tra Vauro e Brasile

Basta leggere i commenti sotto al video per capire come sia facile, in questi tempi confusi e violenti, schierarsi da una parte o dall’altra, farsi trascinare in dibattiti virtuali in cui trionfa il tribalismo, l’appartenenza al proprio gruppo, totalmente impermeabile a qualsiasi contatto con l’altro.

Mi ha fatto piacere scoprire che Vauro, qualche giorno dopo lo scontro televisivo, ha scritto una lettera aperta all’energumeno romano, in cui gli chiedeva pubblicamente un incontro:

Non ti chiamo Brasile ma Massimiliano che è il tuo nome. Ti scrivo perché ci siamo trovati muso a muso con rabbia e con furore.  […]
 Con tanta rabbia, certo, ma ti ho guardato negli occhi e oltre l’odio ho visto solitudine, rancore, disperazione e fragilità, sì proprio fragilità. Ho pensato a chi non sfoggia orridi tatuaggi ma si presenta in giacca e cravatta. Ho pensato a quanto sia comodo per loro che ci siano persone come te, per nasconderci dietro il loro cinismo, per scaricarle quando è opportuno e gridare al “pazzo fanatico” e coprire così le loro responsabilità. Sei un “nemico” ma un nemico facile “grosso, brutto e cattivo”. Sei lo spauracchio dei mostri veri, quelli che ti usano. Allora ti dico vediamoci. Potrai spaccarmi la faccia, la tua stazza te lo permette. O potremo parlare cenando assieme, così poi puzzeremo di vino tutti e due.

È possibile incontrarsi? Possiamo sconfiggere la paura dell’altro, l’intolleranza, il razzismo, riconoscendoci come esseri umani, scoprendo in chi è fuori da noi la stessa comune natura umana, la stessa fragilità, la stessa solitudine di cui parla Vauro?

In questa settimana, ho sperimentato due occasioni che mi hanno aiutato a sentirmi meno solo, meno fragile, meno spaventato. Due eventi in cui l’arte viene usata per combattere il razzismo, il tribalismo, l’intolleranza che è in ognuno di noi.

L’arte è uno strumento straordinario di inclusione, di ascolto, di accettazione delle nostre debolezze e di espressione della nostra umanità. È la forma più alta e accessibile di incontro con noi stessi e con gli altri, una terapia contro i mali che provengono dall’isolamento e dalla paura.

Uno dei due eventi si è svolto nello splendido Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, a pochi passi da piazza Farnese, nel centro di Roma. Per la prima volta, ho partecipato a un incontro di Dance Well, un progetto nato a Bassano del Grappa per “promuovere la danza nei musei e in altri luoghi artistici per le persone con la malattia di Parkinson”. L’incontro, promosso dalla associazione Parkinzone, mira a promuovere la pratica della danza come strumento terapeutico in un luogo d’arte che incrementa gli stimoli motori, sensitivi ed emotivi.

In compagnia di due danzatrici empatiche e sorridenti, Carlotta e Vera, che hanno condotto l’incontro, più di venti persone hanno esplorato il proprio corpo, i propri movimenti e quelli dei compagni, relazionandosi tra loro e con lo “spazio d’arte” che li circondava.

In un contesto come questo, la bellezza, quella naturale del movimento dei corpi nello spazio e quella dell’arte che li accoglie e li esalta, diventa un antidoto contro l’esclusione e l’intolleranza, contro la paura. Ho respirato fiducia e speranza, un sentimento di condivisione che è più forte di qualsiasi sterile contrapposizione. L’arte è il movimento più potente che esiste per battere il razzismo che è dentro di noi.

L’altra esperienza si è svolta qualche giorno prima, durante un incontro del mio laboratorio di teatro biomeccanico all’Angelo Mai, quando Andrea, il nostro maestro e regista, ci ha ricordato l’importanza della gentilezza nel lavoro teatrale. Una gentilezza rivolta a noi stessi e agli altri, una attitudine per niente scontata e innata, ma al contrario una capacità che va coltivata e alimentata costantemente, con cura.

Il teatro e la danza sono movimenti gentili che ci avvicinano a noi stessi e agli altri. Scoprire che possiamo muoverci con gentilezza oltre i nostri limiti è un’esperienza confortante per chi soffre di Parkinson. L’arte più in generale è un potente strumento terapeutico per tutti, una medicina unica per coltivare ciò che ci accomuna e sconfiggere ciò che ci divide.

Pubblicato da andreaspila

Sono un traduttore tecnico, un web writer e un formatore (insegno traduzione, tecniche di ricerca sul web, web writing). Dal 1999 sono un attivista per la Pace, i diritti umani e l'ambiente.

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